DONNE OGGI. Silvia Boschero: una forza della radio (e della natura)

Luglio 21, 2009 by Claudia  
Filed under ., Donne Oggi

Se vi sintonizzate sulle frequenze di Radio Uno dopo le 13, potrete imbattervi nella voce chiara di Silvia Boschero, che conduce il Village, con le sue battute senza peli sulla lingua, e le sue curiosità intelligenti, che scavano piacevoli separé tra musica bella o meno bella, senza render conto ai divisori distruttivi di musica dipendente o indipendente. Insomma, una piccola voce della verità – presente con i suoi articoli anche sull’Unità – in un calderone di comunicazione appassita e ridondante. Ha intervistato centinaia di band, straniere e italiane, tra cui Stevie Wonder, Yoko Ono, Coldplay e tanti altri. Le abbiamo fatto qualche domanda e l’abbiamo scoperta ancora più coinvolgente del previsto!

Da poco sul Village c’è stata una settimana dedicata alla frontman dei Pretenders, Chrissie Hynde, icona delle donne forti e impegnate. Quali sono le forze e le emozioni che ti ha trasmesso?

Innanzitutto me la immaginavo molto diversa. Ero anch’io vittima di uno stereotipo. Spesso i nostri idoli ce li costruiamo in base a ciò che noi stessi avremmo voluto essere. In pratica mi aspettavo una donna risoluta (e questo lo è, moltissimo), forte, un po’ aggressiva, iconoclasta, molto rock and roll insomma. Invece Chrissye è molto di più: è una donna pacificata, filantropa, che dosa le parole con pacatezza e ci tiene a comunicare il “senso” delle cose. Esteticamente mi ha emozionato il fatto che vesta esattamente come l’eroina dei vecchi tempi. Una ragazzina in jeans attillati un po’ sdruciti. Ennesima conferma del fatto che chi fa musica rimane giovane in eterno.

Qual è la musicista o cantante che ammiri particolarmente e perché?

Adoro al musica brasiliana e la voce squillante di Elis Regina, una tormentata cantante degli anni Settanta/Ottanta: bella, distruttiva, selvaggia e cinica quanto basta: era una che si faceva pagare per ridere in pubblico. Poi adoro Bjork. Perché è semplicemente un genio, è la più brava di tutte, è libera, è vera, è originale. E perché ha mandato a quel paese quel misogino di Lars Von Trier.


Cosa cerchi nella musica? L’emozione, il ritmo che fa ballare, le parole, la malinconia…?

Che bella domanda. Cerco l’emozione. E la posso trovare in qualsiasi tipo di musica. Ci sono ritornelli micidiali che mi portano alla commozione immediata, e neppure so spiegarmi il perché, visto che magari non conosco neanche il testo. Dunque sì, per me l’essenziale è la musica, non le parole. Il ritornello di “Grace” di Jeff Buckley, il giro di violoncello del pezzo “Pecado” nell’interpretazione di Caetano Veloso, la voce cristallina di Gal Costa, l’attacco della prima suite di Bach per violoncello… tutti questi per me sono momenti impagabili. Talvolta ci sono anche i testi. Esempio: quando Dylan mi canta: “it’s a simple twist of fate” o “tangled up in blue”, non riesco a non morire sopraffatta dalla grandiosa semplicità del destino e dall’azzurro del cielo che mi si avviluppa attorno.

Silvia con Giorgio Canali e Rossofuoco

Da ascoltatrice radio confesso che la tua spontaneità nel apprezzare o disprezzare i dischi è qualcosa di raro nell’universo delle emittenti radiofoniche. E sebbene dovrebbe essere quasi sottinteso per un programma di musica fare ricerca e critica musicale, non accade così. Non accade spesso di trovare la tua razionalità, semplicità, personalità e competenza nell’affrontare l’universo infinito delle produzioni discografiche. Perché è così difficile avere le idee chiare in questo ambito?

I motivi sono diversi. Per spiegare il primo, il più idiota, userò una terminologia calcistica, permettetemelo. La cosiddetta “sudditanza psicologica”. Di solito si parla di sudditanza psicologica quando un arbitro non riesce a dare un rigore contro la Juventus perché è sopraffatto dall’idea che la Juventus sia una squadra troppo potente, influente etc. Così accade per la maggior parte dei giornalisti italiani: parlare male di Vasco o di Ligabue (due esempi su tanti, potrei aggiungere Celentano, etc etc), non è possibile, non è una cosa costruttiva, insomma, è meglio non farlo. Per di più che i diretti interessati se la prendono a male, ma davvero! Io stessa sono stata “punita” perché avevo mal criticato Dalla e Fossati: il primo ha fatto l’intervista di spalle alludendo all’idiozia di “certi giornalisti” che non capiscono la musica e il secondo mi nega da credo cinque anni un’intervista. E pensare che io non sono nessuno mentre loro sono dei giganti! Che significa tutto questo? Che in Italia non esiste la cultura della critica musicale. Ma pare che in generale non sia accettata la critica in tutti gli ambiti. Sintomo incontrovertibile di un paese arretrato culturalmente, tendente al pensiero unico, alla marchetta eterna, alla sudditanza, appunto. Un paese di feudi e di vassalli.

Inoltre io trasmetto la musica che scelgo mentre nel 90 e passa per cento dei casi (nelle radio network) il conduttore è tenuto a commentare una scaletta che sono altri a preparare per lui. Io stessa ho condotto in passato programmi del genere, per i quali mi veniva richiesto esplicitamente di non fare commenti negativi. I giornalisti italiani infine hanno un altro vizio: piuttosto che parlare male di qualcosa non scrivono.


Hai iniziato a lavorare quasi per caso alla Controradio di Firenze. E da lì, dove hai imparato trucchi e segreti del mestiere, sei passata alla radio nazionale della Rai. Ora puoi affermare che la musica è la tua vita. Al di fuori della radio e dei giornali, che non è poco comunque, come entra la musica nella tua vita? Organizzi concerti o vorresti farlo in futuro? Di che tipo?

No no, niente concerti. Non mi piace il lato organizzativo, manageriale che sta intorno alla musica. Io preferisco non legare il mio mestiere ad un “biglietto” a pagamento. I concerti li vado a vedere, meglio se non devo scriverne però.


Al di fuori della musica, cosa ami di più?

Fare l’amore, la Valdichiana, la Sardegna, mangiare.


Le donne in radio. Cosa ne pensi? Si può considerare un ambiente miracolosamente fuori dal gender gap?

Assolutamente no. Purtroppo. E’ un ambiente lavorativo identico agli altri in tutto e per tutto. Un esempio su tutti: a cena durante un’importante conferenza stampa di presentazione di un disco, un collega di una rivista di critica musicale dice di punto in bianco di non aver ancora incontrato una sola donna capace di scrivere e di capirci qualcosa di rock. Lo dice davanti a me, con la più grande naturalezza del mondo e con serietà provocatoria. Le conduttrici specializzate in musica (non parlo del mondo dell’intrattenimento) si contano in Italia sulle dita di una mano. Il rock è maschio, bisogna mettersi gli anfibi come ai vecchi tempi del pogo e menare duro per farsi largo!  :-)

Le donne nella musica. Rispetto ai maschi, sono poche. Anche in Italia, a parte le grandi interpreti e cantautrici ormai “zie”, di giovani e alternative ce sono davvero poche. Mi viene in mente Rachele Bastreghi dei Baustelle, Meg, Carmen Consoli, ora Beatrice Antolini sta iniziando a farsi una strada, ma le altre? Dove si perdono secondo te? Dove sono le voci delle ragazze italiane?

Quelle che hai citato sono ottime e ce ne sono anche diverse altre da aggiungere alla lista, mi viene in mente ad esempio Valentina Cidda dei Kiddycar. Il problema non è che le donne “si perdono” per strada, è che mollano con consapevole volontà. E io, se mollano, le capisco anche. Ci son cose ben più importanti che stare a fare la guerra dei poveri per un briciolo di notorietà. Ci sono soddisfazioni più grandi, e le donne non si accontentano delle miserie. Molti uomini sì.

“Arrivare” in musica come in qualsiasi altro campo è un lavoraccio,  soprattutto nel nostro paese che è marcio in tutti i suoi strati, un paese in cui la carriera non è quasi mai una questione di merito, di bravura. E allora, anche quando una donna ha uno straordinario talento, per fare la scalata deve essere disposta ad usare mezzi non leciti, a firmare troppi compromessi, a buttar giù troppi rospi. Le donne, che ritengo, perdonatemi ma lo penso davvero, biologicamente superiori all’uomo, non se la sentono. Le donne posseggono a mio parere un impulso biologico alla preservazione della proprio integrità morale maggiore rispetto all’altra metà del cielo. E allora cambiano strada.

Che differenze noti, se ci sono, con donne di altri paesi?

In altri paesi, soprattutto i paesi anglosassoni, la meritocrazia conta. Sia per le donne che per gli uomini. Qui siamo nel paese delle banane.


La tua positività è stupenda. Come fai a mantenerla tale?

Ah sì? Beh, se non fossi positiva Zeus mi fulminerebbe all’istante. Sono una persona talmente fortunata (il lavoro che ho sempre desiderato fare mi dà da mangiare) che ogni giorno quando mi alzo ringrazio. Sai quante donne, ma anche uomini, cento volte più bravi di me non ce l’hanno fatta a fare ciò che miracolosamente faccio io? Il sorriso è obbligatorio. Un dovere morale. E lo è anche nei confronti di tutti quelli che ascoltano la radio.

di Claudia Selmi

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