CINEMA. “La città delle donne”, il sogno del 1980 di F. Fellini

Gennaio 1, 2010 by Claudia  
Filed under Cinema

“La città delle donne” di Federico Fellini è il viaggio che nasce dalla fantasia del vecchio Snaporaz, interpretato dal magistrale Mastroianni, che sogna di scendere dal treno e seguire la sua bella preda, una donna in tailleur seduta di fronte a lui.

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La donna, alta e formosa, non si gira, fa la sensuale e sorride sorniona, entra in un’intricata foresta da cui Snaporaz ne uscirà a fatica, nella quale sorge il Grand Hotel Miramare. Là vi si svolge un convegno internazionale del femminismo, ogni stanza del palazzo è occupato da riunioni, donne furiose o patetiche, diapositive accompagnate da elogi alla vagina – simile a una parte de “I monologhi della vagina” di Ensler Eve - , una recita  - in cui una casalinga è ossessivamente occupata alle mansioni domestiche e suo marito è un Frankenstein che mangia e copula - che comprova la tesi “Matrimonio è manicomio”, urlato in modo deciso dalle donne che fanno da pubblico. Snaporaz si aggira incuriosito e leggermente spaventato, la sensazione prevalente è quella di assistere a una combriccola di forsennate senza senso. Sensazione resa concreta dalla scena del folle girotondo in pattini a rotelle che un’orda di ragazze compie attorno allo sfortunato protagonista. Qui gli accenti delle lingue parlate sono diversi, c’è anche qualche frase in francese, inglese e tedesco, quasi a voler comprendere l’universo intero di donne.

Poi Snaporaz incontrerà una procace e grossolana signora veneta dallo spiccato accento che cercherà di possederlo con la forza, momento che sfocia nella comicità con la vecchia che calcia la figlia che non si sa controllare; si farà accompagnare in stazione da giovani ragazze dall’accento romano che in un momento di follia, droghe e alcol, finiscono con lo sparare in aria e inseguirlo in macchina. Il protagonista ormai esasperato scappa nel bosco, dove è accolto dal Dottor Katzone, un “santone” degli orgasmi, che tra vibratori, lampade dotate di lingua e armi, detiene una collezione di registrazioni delle centinaia di orgasmi che ha provocato.

Nel disperato moto onirico del film, totalmente slegato da ogni realismo, è nella casa del dottor Katzone che Snaporaz trova sua moglie, che nel mezzo della festa del padrone di casa gli fa un’insostenibile scenata isterica, in cui gli confessa che lei ormai è annullata dal matrimonio e minaccia di lasciarlo. Il marito sembra voler evitare il problema, più che affrontarlo; lo salva lo show della fidanzata del megalomane Katzone che ha la dote di attrarre come un magnete le perle o le monete dentro alla sua vagina. Gli invitati assistono e applaudiscono, la festa verrà interrotta più tardi dalla polizia (tutta femminile) che fa sgomberare la casa occupata abusivamente.

Un illustrazione di Manara

Un illustrazione di Manara

Snaporaz dopo altri passaggi surreali si ritrova a ballare il tip tap con due ballerine seminude che lo accompagnano a letto, e contrariamente a quanto pensi se ne vanno, lo lasciano dormire con la moglie che rientra in scena dotata di cerchi di crema intorno agli occhi e vestaglia integrale. Lui che fino a un momento prima era su di giri perde ogni entusiasmo, si gira dall’altra parte del letto, la rifiuta e dorme. Entra nell’ennesimo sogno in cui dopo ricordi offuscati compiuti sulle montagne russe, viene interrogato da un tribunale strambo di donne che gli fanno domande senza risposta, come: Perché hai deciso di nascere maschio?
In seguito va alla ricerca della fantomatica donna idealizzata che si nomina in quel tribunale, ed ecco apparire una mongolfiera a forma di donna sorridente e piacente, che lo porta in alto, finché dalla terra non gli sparano ripetute volte, il sogno della donna si sgonfia e si affloscia su se stesso…

Snaporaz si sveglia, e si trova in treno con sua moglie. Si accorge che era un sogno, e ne è quasi sollevato, quando entrano nel vagone la matrona della prima parte della storia, quella che l’aveva fatto scendere dal treno, e le ballerine intriganti di tip tap, che  rivolgono sorrisi maliziosi a sua moglie, che contraccambia, come se fossero state d’accordo. Come se fossero state loro ad architettargli questo “scherzo”, e a far diventare il sogno in un incubo. Ma anche se Snaporaz non capisce, e le donne rimarranno per lui un mistero, non può fare a meno di sorridere della vicinanza delle signore.

Il film di Fellini è del 1980, il manifesto venne disegnato da Andrea Pazienza e il film ebbe larga risonanza anche negli Stati Uniti.

Il regista rinuncia alla mediazione tra sogno e realtà per spedire gli spettatori nelle logiche del sogno, anzi di un incubo, in cui i suoi appetiti non si soddisfano mai e la donna appare come una selva incomprensibile e inavvicinabile, ineffabile ed enigmatica, ipnotica e sempre affascinante, che nella sua molteplicità viene quasi ad essere paragonata all’essenza del sogno stesso, con i suoi turbamenti e i suoi piaceri.
Desideri tortuosi e donne arrabbiate che non si fanno avere, che rimangono sogni. Uno specchio dei movimenti femministi sviluppati negli anni precedenti, che fa ribellare le donne ai meccanismi usuali di rapporto uomo-donna, e insieme la metafora eterna della donna che è mistero. E ancora, la suggestione della donna idealizzata contro la donna reale, attraverso il viaggio di Snaporaz, un uomo fatalmente attratto, come Fellini stesso, dalla donna.

Di Claudia Selmi

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