FUMETTI. Kurden people, il viaggio di Marina Girardi nella terra in cui non esiste la parola fortuna

Febbraio 8, 2010 by Claudia  
Filed under ., Libri & Fumetti

Frida intervista Marina Girardi, una fumettista che ha vinto il concorso Komikazen con “Kurden People”, un’odissea fedele del popolo kurdo che s’intreccia al viaggio curioso della protagonista. Prendetevi un quarto d’ora e starete in compagnia di un’allegra ragazza che vive sulle colline bolognesi, di sabato è pittrice di strada, canta negli Alhambra, coltiva un orto, fà il vino e forse l’anno prossimo anche il miele. E scrive delle storie meravigliose. Per saperne di più, ecco il suo blog: http://www.magira.altervista.org/

Iniziamo da lontano. Parliamo del Kurdistan, stato riconosciuto autonomo solo dal 2005 dall’Iraq, almeno formalmente. Terra di fuoco, i cui abitanti sono stati e continuano ad essere perseguitati, il cui petrolio e l’acqua del Tigri e dell’Eufrate sono corteggiati dagli stati adiacenti, e i cui traffici di eroina vengono contesi con avidità. Perché l’hai scelta come meta e centro del tuo racconto? Cosa ti ha colpito di più nella sua vicenda attuale e passata, dell’esodo del suo popolo?

In realtà direi che sono stati i kurdi a scegliere me, come puoi vedere nel libro è stato un incontro che è capitato davvero a Patrasso con i ragazzi kurdi che cercavano d’intrufolarsi nelle navi che li portavano in Italia. E’ stato da quel fatto che è partita tutta la ricerca della storia, infatti quando ho mandato il progetto di questa storia al concorso di Komikazen (che poi Marina Girardi ha vinto, ndr), ho mandato la prima parte del libro, ovvero l’incontro a Patrasso, che mi ha colpito molto, e che ho tenuto nel cassetto finché non si è presentata l’occasione. E quando hanno deciso di premiare questa storia permettendomi di fare il libro, allora lì ho iniziato ad indagare sulla storia dei kurdi. Quindi è stato un incontro da un lato casuale, e dall’altro di ricerca, di volontà di approfondimento, di curiosità su questa storia.

In quel viaggio dov’eri stata?

Ero stata a Creta e tornando da Creta praticamente fai questo percorso: il traghetto prima ti porta al porto del Pireo, e da lì prendi il treno che arriva fino a Patrasso e dal porto di Patrasso devi aspettare delle ore la nave che poi ti riporta in Italia. E quindi ho passato questo pomeriggio al porto di Patrasso, mi sono addormentata e al mio risveglio mi sono trovata circondata da questi ragazzi che in quel momento non sapevo assolutamente chi fossero, quale fosse la loro storia - è stato un po’ d’anni fa e dei kurdi avevo sentito parlare lontanamente. Quello che m’interessava era mostrare che che questi incontri sono sì casuali, ma poi la storia di questo popolo s’incastra e s’intreccia con la nostra storia quotidiana e anche se noi non ce ne rendiamo conto, i nostri percorsi spesso s’intrecciano con quelli di questi persone, che hanno delle storie così diverse dalle nostre - in questo caso drammatiche. Mi interessava raccontare non la storia di per sé, ma il loro incontro con la nostra vita, con la mia vita alla fine.

Attualmente il loro esodo si mescola con quello di migliaia d’immigrati che arrivano in Italia, e spesso è facile dimenticare chi sono e da quali storie provengano.

Sì, ognuno ha la propria storia particolare, ogni paese ha la propria storia, e quella kurda è una storia di esodo molto radicata nel tempo, perché hanno sempre dovuto scappare dalla loro terra. E’ sempre stata una terra d’emigrazione.

Nel fumetto, per brevi attimi, ma significativi, ti soffermi sulle donne kurde. Sul fatto che prima di essere asservite alle leggi arabe sunnite fossero libere ed emancipate, e fai capire che fossero loro a comandare. Era una società matriarcale?

In realtà non era una società matriarcale, ma le donne erano particolarmente toste e molto libere. L’ho saputo documentandomi, leggendo dei testi sulla loro storia, in cui ho visto che essendo stati nomadi per molti secoli, come in tanti altri popoli nomadi, c’è necessità che le donne siano più libere – anche le donne cavalcano, anche le donne partecipano alla vita della tribù – cosa che nelle civiltà sedentarie non succede. Per questo hanno avuto sempre un carattere molto libero e forte, poi quando sono arrivati i musulmani, hanno riportato le loro leggi e le donne sono state quelle che hanno sempre subito la parte peggiore della persecuzione. E’ per questo che le presento in copertina in questo modo.

Trovandosi diviso tra Iran, Iraq e Turchia, il popolo kurdo ha sopportato la Jihad di Khomeini, la guerra Iran-Iraq, la dittatura di Saddam Hussein e il regime militare turco. Kurden People parte dalle origini del popolo kurdo, si snoda attraverso la narrazione della sua storia, e termina con la situazione attuale, ovvero la fuga dei kurdi dalla loro terra, per la speranza di trovare negli stati europei una possibilità di una vita in cui non si è costretti a uccidere o a essere uccisi. Il racconto si conclude in una banchina greca di Patrasso, dove la protagonista parte per tornare in Italia, e vede tantissimi ragazzi kurdi che aspettano il traghetto che li porterà via. La protagonista e narratrice non giudica, non si schiera, poiché la verità trasuda spontanea dal racconto dei fatti. Allora ti chiedo, cosa è per te raccontare? C’è chi ha scritto che “raccontare è aprire finestre dove nemmeno c’erano”. Tu cosa pensi e che senso dài al racconto?

La mia preoccupazione durante tutta la stesura del libro è stata quella di non incorrere in moralismi, di non dire cose che non ero in grado di dire, quindi non prendere posizioni nette, ma semplicemente raccontare quello che vedeva questa ragazza in viaggio, con la semplice curiosità di incontrare, di approfondire, di viaggiare in tutti i sensi.
Raccontare significa riportare delle impressioni, senza trarre conclusioni, un po’ come la citazione che hai ripreso, è proprio così, è un modo di fotografare, di mettere delle epigrafi dove non ci sono, questa cosa la noto e la faccio notare a te che leggi. Il mio punto di vista nella narrazione arriva in questo modo qui, non traendo giudizi, e moralismi, ma con la forma del mio racconto. Nel momento in cui ti comunico questa storia attraverso una stratificazione di piani temporali, spaziali, ad incastro tra le favole, il mito, gli animali che arrivano e che parlano, in questo modo ti trasmetto il mio modo di vedere le cose, io vedo le cose così, vedo che quando vado in un posto, è una stratificazione di posti, di storia, di favola, di leggenda, di persone che ci sono passate e hanno lasciato il segno, ed è questa la mia visione che deve passare attraverso la narrazione, la pura curiosità, pura sete di conoscenza, e di contaminazione.

Con che tecnica è disegnato Kurden people?

Ho disegnato con la china nera, pennino e pennello, ho giocato un po’ con questi strumenti qui, e poi la colorazione l’ho fatta digitale, è una bicromia, quindi ho usato un solo colore in toni diversi. Mi sono creata una texture prima manualmente a china, poi l’ho scansionata e l’ho usata per colorare. Mescolanza tra tecnica manuale e tecnica digitale.

Parliamo di te. Mi giunge voce dal tuo blog che vivi sulle colline bolognesi, di sabato sei pittrice di strada a Bologna, ami follemente la natura, canti in un collettivo, e disegni. Com’è nata la passione per il disegno? Cos’ha in più il fumetto rispetto ad altre forme di comunicazione e di arte?

Sì, faccio diverse cose, canto, dipingo, scrivo canzoni, però in realtà uso vari modi per raccontare le cose, con il mezzo musicale veicoli in un certo modo…

Com’è che si chiama il tuo gruppo?

Il gruppo con cui ho lavorato fino ad adesso si chiama Alhambra anche se adesso non sappiamo a che punto siamo…


Dove possiamo ascoltarvi?

Sì, ecco il sito www.flyagaric.it, in realtà il sito dell’etichetta, da cui si può ascoltare praticamente tutto quello che abbiamo fatto.

E’ folk?

E’ un gioco tra psichedelia, rock, folk, con le canzoni scritte in italiano, quindi un canta… folk cantautoriale…

E tu canti?

Sì, canto. Dicevamo, a seconda dello strumento che uso veicolo delle cose diverse, con la musica ho una visione un po’ più poetica, più evocativa, invece con il fumetto posso raccontare la storia nei particolari, e posso fare questi intrecci di piani diversi, antropologici, storici, il fumetto è uno strumento straordinario proprio in questo senso qui, nel senso che ti permette di mescolare le immagini e il testo, e ti permette di farlo con infinite combinazioni, per cui puoi far sì che le parole seguano il testo, se ne allontanino, e questo ti permette di narrare una cosa in infiniti modi diversi, e questo è divertente. Il fumetto mi ci sono avvicinata quando avevo visto questa mostra di Moebius tanti tanti anni fa, nel ‘92, che mi aveva folgorato, meravigliosa a Treviso, e…

Cosa ti aveva colpito?

Cosa mi aveva colpito di quella mostra? Mi ricordo che c’erano varie tavole sparse, dei disegni, era una raccolta di sue opere, e mi aveva folgorato. Prima leggevo Snoopy, c’erano le storie di Laura Scarpa e Kelvin&Hobbes, e già comunque ero appassionata di fumetti, poi quando ho visto Moebius mi sono completamente innamorata. Dev’essere questa cosa della sintesi: il fumetto riesce a portare nella sintesi in pochi tratti dei mondi allucinanti, di una profondità grandiosa. Questo mi ha folgorato: il potere, con pochi tratti, con un mezzo così povero, con un semplice disegno che puoi controllare così da vicino, riprodurre dei mondi così stratificati, così elaborati.


Quindi, oltre a Moebius, quali sono i tuoi personaggi di riferimento – se ci sono?

Per quanto riguarda l’ambito fumettistico, a me piacciono gli autori che sperimentano, che cercano di ampliare le frontiere del mezzo che usano, del fumetto: autori come Mattotti, come Stefano Ricci, come gli autori di Canicola, Andrea Bruno, Giacomo Nanni, - ho intervistato alcuni di loro nel mio blog. Questi autori che non badano tanto alla bellezza, quanto alla potenza del messaggio, e quindi sommano le possibilità del mezzo che usano. Poi mi piacciono i fumettisti un po’ sporchi che usano questo tratto un po’ gestuale che è il mio istinto, e che riporto nel mio lavoro, molto Toppi, le sue bellissime illustrazioni che si incastrano con le parole, le sue composizioni veramente ineguagliabili. Nell’ambito dell’arte, mi piacciono moltissimo gli artisti informali, un artista che amo visceralmente è Afro Bendini, e mi piace questa matericità, questa potenza del gesto sulla tela, quello che può evocare  una tela astratta, che è poi la magia dell’arte: carpire il mistero del messaggio astratto.

Che diventa un segno anche se segno non è.

Sì, non è codificato come linguaggio ma poi tu lo riesci a codificare con un altro linguaggio che è quello dell’immaginazione. Poi mi piace moltissimo il lavoro di Beyus, però in un altro senso, nel senso della sua filosofia, del calore della natura e della natura come rifugio, il suo lavoro concettuale lo ammiro dal punto di vista filosofico. Poi ci sono tanti bravi illustratori, però non ho dei veri e propri guru, ammiro molti registi, comunque in generale ammiro chi riesce a fare il suo lavoro sempre cercando di sondare nuovi territori e chi riesce a tenere una coerenza nel proprio lavoro come tanti registi, Tarkovsky, mi piace ultimamente Kaurismaki, che sono tutti artisti che riescono a portare il loro messaggio, a esplorarlo e a immolare la loro resistenza alla ricerca della verità.

Passiamo alla tua quotidianità. Come gestisci il disegno? Quando e con che frequenza disegni?

In generale prendo tanti appunti su dei quaderni e quindi disegno quello che vedo e scrivo quello che mi viene in mente; quando sono in giro ho il mio quaderno, che in alcuni momenti uso maniacalmente, in altri molto meno, dipende. La rielaborazione delle cose avviene dopo, non ho una vera e propria routine, ci sono giorni che lavoro dalla mattina fino a sera tardi sempre a disegnare, altri giorni che studio e poi disegno, altri giorni che studio solo, altri giorni che cazzeggio e non riesco a risolvere niente… Quando non ho urgenze, seguo quindi degli orari biologici.

Dimmi del tuo rapporto con la natura, ho letto che vivi sui colli bolognesi e sei nata a Belluno, sempre a contatto con le montagne quindi. Perché la preferisci alla città? E poi m’incuriosiva sapere se coltivi la terra e cosa coltivi.

Sì sono nata sopra Belluno. Sicuramente il fatto che sono nata in mezzo alle montagne, in mezzo alla natura anche abbastanza selvaggia, mi ha lasciato questa cosa dentro che anche quando mi sono trovata a vivere in città non mi sono mai sentita a mio agio e ho sempre cercato di tornare a quello che mi faceva stare bene, quindi sicuramente alla mia infanzia e quindi ad un ambiente naturale. La natura per me è indispensabile per vivere bene, non riesco a pensare di farmi imporre dalla città delle cose come il cemento, come il grigio, come la freneticità, o come lo smog, il traffico, non riesco proprio a sopportare questa imposizione da parte della città. Quando torno a vivere nella natura è come se tutto tornasse a posto. Semplicemente così, senza neanche essere qualcosa di veramente eccezionale, è semplicemente come deve essere per me. La natura mi serve anche a lavorare. Non riesco a lavorare in mezzo al casino, in mezzo a mille stimoli, in mezzo al grigio, ho bisogno proprio dell’ambiente naturale per staccare, per avere la testa libera, per avere i miei ritmi, i miei spazi. E quindi amo camminare, amo andare in bicicletta, e in generale vivere la natura, quindi anche coltivare, anche perché i miei nonni sono sempre stati contadini, coltivare la terra per me è un vero e proprio sollievo, mi sembra di poter recuperare la mia vita in modo attivo invece che passivo.

Avete un orto?

La cosa bella è che dove abitiamo noi non siamo da soli, siamo io e il mio ragazzo, però in realtà siamo in vari appartamenti, in una casa grande, quindi riusciamo a vivere ognuno per i cavoli suoi, però ognuno si dà una mano per i lavori che ci sono da fare, anche se alcuni non lavorano la terra, altri invece sì, dipende da come uno vuole. Non è una vera e propria comunità, non c’è nessuna ideologia, semplicemente ci siamo trovati tutti qui con la voglia di vivere nella natura. Alcuni di noi stanno facendo un orto, coltiviamo varie verdure, sia quelle estive che quelle invernali, e ci si dà una mano a seminare, piantare, zappare, vangare, innaffiare. Poi abbiamo una vigna in gestione, facciamo il vino, è una cosa bellissima, viene un vino molto buono, si chiama San Morino, perché il colle dove viviamo noi si chiama San Moré, e nel blog puoi vedere anche l’etichetta che ho disegnato. Non siamo estremisti, tipo vegani, abbiamo solo voglia di stare in mezzo alla natura, di vivercela cercando di procurarci da noi una parte di quello che mangiamo. Adesso vogliamo prenderci le api, vediamo se riusciamo a fare anche il miele!

La penultima domanda è sulla visione che hai dell’Italia di adesso. Sei tra quelli che la odiano senza remore? E poi, qual è la tua idea sulla condizione delle donne attualmente, in Italia?

In generale, se ti guardi in giro non stai tanto di buonumore, ma d’altra parte bisogna pensare a resistere, non ad autocommiserarsi, come stiamo resistendo un po’ tutti e a fare le cose nel proprio piccolo, meglio che si può. In generale sono di quelle che non me ne sono mai andate, e non me ne voglio andare, perché penso che invece ci siano tantissime persone per cui valga la pena di restare qui, e di resistere.
Per quanto riguarda la condizione delle donne, in generale, trovo che il problema del maschilismo sia uno dei grossi problemi attuali, e una volta risolti risponderebbero a una serie infinita di domande che ci portiamo dietro. Penso che la donna non è assolutamente libera di essere come potrebbe essere e di portare tutta la sua ricchezza del proprio modo di essere femminile alla società, e non solo il modo di essere ma anche le proprie abilità pratiche etc.


Spesso sembra più facile per la donna adattarsi a un modello proposto dalla società e dalla tv.

Sì infatti la donna non deve solamente deve seguire degli stilemi femminili stereotipati, ma addirittura deve seguire degli stilemi maschili per emergere, per essere integrata, deve essere come gli uomini. Il modo più difficile è quello di riuscire solamente ad essere se stessa. Il maschilismo è anche delle donne nel momento in cui non prendono coscienza del proprio essere femminile. E’ questo il presupposto di ogni cambiamento, la presa di coscienza di come veramente sei, di accettare il tuo modo di essere differente e quindi portatore di ricchezza rispetto a quello imposto dalla società.

Hai già pensato al prossimo fumetto o progetto?

Sì, sto pensando ad un altro libro, che tratterà di esplorare i posti dove abito adesso, cercando di scavare negli strati che li compongono. Per esempio, vicino a dove abito io ci sono le valli del Reno e del Setta, protagoniste di alcuni tra i più grandi massacri fatti in Italia durante la seconda guerra mondiale. Oppure adesso ci sono i cantieri che stanno risucchiando tutti i fiumi per far passare il treno ad alta velocità, oppure c’è una squadra di rugby di amici che è nata come scommessa per riunire la gente che vive nella montagna, insomma sto cercando di vedere vari elementi dei posti dove sto vivendo adesso.
Adesso partiremo con tutto quanto.


Grazie mille e in bocca al lupo per tutto!

di Claudia Selmi

Enter Google AdSense Code Here

Comments

Tell us what you're thinking...
and oh, if you want a pic to show with your comment, go get a gravatar!