CRONACA. La ballata nazionale di un milione di donne (e uomini) in nome della dignità
Se non ora quando? Adesso!
In più di 200 città in Italia (e non solo) per la giornata della mobilitazione femminile (con grande sostegno degli uomini)
Due voci da Piazza Castello a Milano: Ludmilla Fiore e Claudia Selmi.
Le fotografie sono di Stefania Dotti
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Serpeggiando tra milioni di persone con sciarpe bianche, donne-uomi-gay-lesbiche-bambini hanno urlato, cantato, ballato in più di 200 piazze in Italia (e non solo). In tante e tanti abbiamo urlato “Vergogna”, “Dimettiti”, insieme, ad intonare versi di una canzone carica di consapevolezza e indignazione.
A Milano più di 100.000 ombrelli hanno ricoperto le strade. Avrei pagato per veder questa coperta in patchwork stesa sulla città da Piazza Castello a Piazza Duomo. Quanti i manifesti: ce n’era uno bellisimo: “Bunga vita al re!”. E ancora: “Cercasi Presidente del Consiglio Onesto”. E anche: “Dopo Mubarak e Ben Alì, ora tocca a te Silvio”. E poi c’era anche Minny, stufa anche lei. Ogni 10 minuti la folla pronunciava dolci parole: “Dimettiti”, rivolto a chi sta collezionando un reato dopo l’altro. Alcune donne hanno appeso dei panni, sui quali hanno scritto delle poesie (facendo il verso ai mutandoni di Ferrara).
Franca Rame (mitica) è salita sul palco per dire “Vergona! Mi vergogno a testa alta, mi vergogno di chi non si vergogna, mi vergogno di chi si toglie le mutande intascando la busta pesante…”. Dario Fo, che ha
accompagnato come tanti uomini la propria amata in piazza, ha urlato: “Le donne dettano la maggioranza, era ora!”. La scrittrice Daria Colombo è andata a riprendere la Costituzione: “Chi svolge una funzione pubblica, lo faccia con dignità e disciplina”, lo dice la Costituzione Italiana, non una giornalista de l’Unità. (E ce n’era una in piazza, multata dal premier per aver espresso pareri sull’intreccio potere-sesso).
Tante le voci di donne dal palco di piazza Castello, che hanno ripreso i temi base della maternità, del lavoro, della formazione, delle leggi discriminatorie, in un Paese in cui manca rappresentanza femminile al governo, nelle istituzioni, nelle aziende, in un paese in cui il 27% delle donne oggi rinuncia al lavoro nel momento in cui ha un figlio…. Ma ci sono state anche tante belle voci di uomini. Il giornalista Alessandro Robecchi deduncia le foto scandalo del premier, sì, ma non le preseunte foto di Silvio con i mutandoni di vecchio solitario, ma le foto e le immagini-vergogna fino ad oggi viste: lui, con il fazzolettino da partigiano lo
scorso 25 aprile, lui che punta le mani a mo’ di mitra contro una giornlista russa nell’impero Putin, lui lui lui, ne abbiamo viste già troppe. E poi Gad Lerner, che togliendosi il cappello zuppo d’acqua, ha esordito: “Leviamoci il cappello davanti a tante Signore”. Gad ha usato parole pesanti contro chi ha cercato in questi giorni di strumentalizzare la manifestazione per evitare di riempire le piazze: queste donne, stanno risvegliando le masse?? Questa questione femminile diventa centrale per la tenuta del potere?? Gad Lerner parla di paura inedita da parte del mondo politico. Sembra che l’uomo d’oggi trovi piacere solo nella sottomissione di corpi plastificati. E intanto nella piazza qualcuno ha scarrozzato in giro una bellissima bambola gonfiabile urlante.
di Ludmilla Fiore
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Di questa manifestazione se ne parlerà a lungo.
Ne sono sicura, perché a farlo non saranno giornalisti e partiti, ma saranno i numerosissimi ragazzi e anche ragazzini presenti, che per una volta hanno vissuto con entusiasmo qualcosa di condivisibile con tutti, amici, famiglie e insegnanti (numerosissimi e promotori dell’evento).
Ne sono sicura, perché è stata una manifestazione esemplare: ordinata, nonostante le decine di migliaia di persone presenti, non politicizzata, ma semplicemente pro-etica, pro-dignità, simbolizzate da un elemento più neutro possibile: una sciarpa bianca.
Sono state numerose le volte in cui dal piccolissimo palco in fondo a piazza Castello si gridava al microfono di sventolare qualcosa di bianco e tutti, chi una sciarpa, chi un fazzoletto, chi una maglietta, agitavano un fagotto candido in nome di una “disciplina” che decine di migliaia di persone hanno voluto manifestare davanti alla classe politica e alle telecamere internazionali.
Una manifestazione ordinata, razionale e di buon senso.
Niente è riuscito a rovinare il nostro 13 febbraio.
A Milano, ho preso la metro a Lambrate dove aspettavano già gruppi di uomini, donne, ragazzi e bambini, tutti diretti in piazza Castello. La sensazione che tutti eravamo diretti allo stesso obiettivo, mi riempiva di gioia. Penso alle donne che sono madri e che combattono anche per la dignità di un mondo futuro da lasciare ai figli. Da figlia penso a tutto quello che è mia madre in quanto madre e in quanto donna, e che la società sta cercando di soffocare, di abbruttire, rendere dipendenti, colpevoli; penso alle ragazze di oggi, altruiste, energiche, che fanno di sé un perno attraverso cui cambiare le cose; penso alle signore più anziane (ce n’erano tantissime presenti), accompagnate dai figli, e penso alle ragazzine bombardate da pubblicità deviata, esempi di cultura marcia, che nonostante tutto erano lì. Quest’evento era per tutte loro.

Entro nel vagone della metro non solo con le donne, ma con tutti i loro compagni, che erano tantissimi a dare supporto, per dimostrare che sono con noi, e che sono pronti a collaborare.
A Porta Venezia c’èdavvero troppa gente sul treno, che a un certo punto perde tensione, sono costretti a fermare il servizio. La folla si dirige imperterrita verso Corso Venezia, con passi fermi e veloci per non perdersi l’inizio dell’evento. Siamo un fiume di italiani manifestanti e vogliamo esserci.
La statua di Garibaldi è gremita di gente, non riesco ad avanzare: la folla è veramente tanta. Incontro Stefania, la reporter fotografa di Frida. I cartelli sono centinaia e creativi: “Questa non è una questione femminile” e “Il diritto di indignarsi” i miei preferiti. 
La speaker della manifestazione è Teresa Mannino, comica preparata e intelligente che riesce a stemperare le tensioni nei momenti rischiosi. Snocciola i dati del gender gap italiano, e quelli disastrosi dei costi di un asilo nido a Milano. E’ anche merito suo se durante la manifestazione c’erano tanti sorrisi. Il microfono passa alla direttrice del carcere di Bollate, che porta le testimonianze delle carcerate e dei carcerati: “Quando abbiamo saputo di quei famosi 7000 euro abbiamo pensato di quanto ne avremmo bisogno qui, dove a tutti manca qualcosa, per un frigorifero, una lavatrice, dei computer per lavorare” e ancora “abbiamo pensato che non ci deve interessare quello che ha fatto il premier perché è la sua vita privata, ma anche noi siamo stati giudicati per le scelte della nostra vita privata”. Ancora, testimonianze del sindaco donna di Cinisello Balsamo, delle scrittrici Silvia Ballestra ed Eva Cantarella, del giornalista e conduttore di Caterpillar, Massimo Cirri. Come gran finale del sit-in appare Ottavia Piccolo, accolta come una rock star, che dopo aver ringraziato tutte le organizzatrici di “Se non ora quando” ci legge una poesia di Edoardo Sanguineti “La ballata delle donne”, rotta dall’emozione nelle ultime righe.
E’ finita, tutti danzano e saltellano sulle musiche di “Bella ciao” e qualche altra canzone a tutto volume, le bellissime donne raggianti sul palco continuano a ballare e trasmettere la loro energia fino all’ultima nota. Sorridono tutti, è incredibile. Sale una leggera foschia, è stato bellissimo, è impossibile rimanere indifferenti dopo essere stati partecipi di un movimento tanto grande e forte di volontà e voglia di cambiare. Siamo felicissime, una giornata indimenticabile piena di emozione e condivisione.
Stavolta viene da pensare che non ci deluderemo.
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
(La Ballata delle donne, Edoardo Sanguineti)
di Claudia Selmi


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