GLOBALE. Corrispondenza da Aarhus. Danimarca.
“Che si sia colleghi da mesi o appena incontrati, le storie iniziano quasi tutte così, da una sbornia loquace, che è l’unico modo con cui qui i danesi si sciolgono. Solo allora iniziano a ballare, ad ammiccare, ad essere spontanei, a volte invadenti…”
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Sono in Danimarca, il paese più vivibile d’Europa con il popolo più bello del mondo. Fantastisk! Le ragazze che camminano per strada sono dee dorate, figure slanciate con chiome bionde fluenti e occhi di smeraldo incastonato. Una moda attenta ma non omologata. I ragazzi si lasciano crescere un poco di barba per nascondere un viso infantile dai lineamenti perfetti. Gli uomini sono fascinosi ed eleganti. Fra il lupo di mare e l’uomo d’affari. Due persone su tre che incontri per strada potrebbero essere scelte da uno stilista per un catalogo di moda.
Questa settimana c’è il festival dell’arte ad Aarhus. Io e le mie amiche ci incontriamo di fronte al Magasin, un negozio tipo Rinascente in centro e passeggiamo per le strade strette: case nordiche coi tetti acuti e dai cortili ricoperti d’edera provengono echi di musica. Concerti rock e indie-rock, mostre di fotografia, performance di danza moderna ritmate da musica elettronica (Elektronisk musik) composta dal vivo da dj all’avanguardia con video proiettati sui muri, spettacoli di teatro. Nonostante l’aria tagliente, la città è viva e la gente cammina per le strade, da un evento all’altro. I Danesi cambiano improvvisamente dopo il tramonto, da quieti e gentili diventano chiassosi e sbandati. Le strade si animano. E’ l’effetto di cocktail e birra, così popolari in Scandinavia. Ogni pochi passi puoi fermarti a un banchetto che vende bevande a prezzi modici, assaggiare pietanze fumanti di varie parti del mondo o sederti sui divani rossi della festa. Le cose da fare e da vedere sono talmente tante che bisogna selezionarne due o tre, oppure lasciarsi trasportare dal caso.
La città, seconda in grandezza della Danimarca, è comunque così piccola da incontrarsi più volte nella stessa serata. Aarhus è la città dell’edera. Le vecchie case sono letteralmente ricoperte di questa pianta che ti trasporta nelle favole di Hans Christian Andersen. Tutti si spostano in bici e ce ne sono ovunque parcheggiate, chiuse solo con un piccolo lucchetto che blocca una ruota. Si è sicure anche a ritornare sole di notte, illuminate solo dalle stelle. Perché quando le nuvole finalmente si spostano, ti sorprendi di vedere il cielo così buio e così tante stelle.
Nei week end la notte non ha fine, incontri ovunque persone vivaci. I ragazzi si spostano in gruppetti da un bar all’altro. Spesso si fermano all’entrata di un pub per fumare una sigaretta prima di rientrare. Sono in sbornia chiacchierona, che li rende teneri, loquaci, desiderosi di farti qualche complimento. Se il tipo ti sembra carino e la conversazione va avanti, dopo qualche birra, si passa la notte insieme. Con leggerezza. Con la stessa leggerezza con cui ci si saluta il mattino dopo.
Che si sia colleghi da mesi o appena incontrati, le storie iniziano quasi tutte così, da una sbornia loquace, che è l’unico modo con cui qui i danesi si sciolgono. Solo allora iniziano a ballare, ad ammiccare, ad essere spontanei, a volte invadenti.
Il week-end comincia il venerdì con la tradizione del Friday Bar, per cui ci si riunisce coi colleghi di lavoro o studio all’interno di uffici e università per brindare tutti insieme in un crescendo di liberazione del desiderio. Questo tempo compresso di libertà termina appena scocca la domenica: la magia ha fine, ci si ricompone e si dimenticano gli eccessi, pronti per riprendere il ritmo della settimana.
I miei coinquilini danesi pranzano alle 12 in punto e cenano fra le 18 e le 19, un po’ di tv o un gioco di società e massimo alle 23 sono tutti a letto! In casa si passa molto tempo e tutto è organizzato perfettamente, dal turno delle pulizie alle serate a tema.
Qui però i pullman passano puntuali, i servizi pubblici funzionano a meraviglia, non esiste la precarietà perché i disoccupati sono stipendiati dallo stato e la comunità si sente protetta e fortunata di essere nata in Danimarca (beati loro!). Essendo tutti biondi, se avete i capelli scuri, qui sarete considerate supersexy. Al contrario che da noi, sono i mori a essere più ricercati. Non a caso, il primo ministro e molti personaggi televisivi, hanno occhi e capelli scuri.
Per quanto mi riguarda, ho conosciuto solo un uomo che mi interessi davvero. Ci siamo incontrati ad un concerto e rivisti un paio di volte. Purtroppo vive e lavora a Copenhagen e dunque non c’è storia. Forse un giorno mi trasferirò qui definitivamente e passeggerò insieme ad un marito dolce e sensibile sulla sabbia bianca con un bambino biondissimo.
Per il momento, ho deciso di forzarmi e non guardare fuori dalla finestra, appena sveglia, per non scoraggiarmi e avere troppa malinconia del sole italiano. So con certezza che la piega dei miei capelli non durerà fino a sera e che incontrerò tante persone serie. In Danimarca piove ogni due per tre e il cielo varia tutte le sfumature del grigio. La gente è riservata e un carattere mediterraneo può sentirsi qualche volta isolato. Mancano il calore, i nostri sorrisi, gli sguardi sulla strada, il disordine, le grida, le risate. Allora mi preparo in fretta, esco a occhi chiusi, impugno la mia bici veloce e parto, alla conquista della città dell’edera.
di Matilde Mereghetti


Licia on Mar, 6th Gen 2009 23:27
da fresca ex erasmus della “città dell’edera” come la chiami tu, non posso che leggere il tuo post con nostalgia. La descrizione degli usi danesi, i friday bars, la famosa “leggerezza” descritta,che mi ha a volte lasciato attonita, ritornano in tutti i miei racconti dell’anno passato lassù. Io, la danimarca, l’ho sognata sin da bambina, non so bene perchè, ma dopo l’anno in cui ci ho vissuto il mio legame con quella terra si è rafforzato, nonostante la cucina inesistente, la bicicletta controvento (ed in salita! mannaggia a chi diceva che la Danimarca è piatta..si faccia un giro ad Aarhus!)nonostante l’eccessiva rigidità su certe cose,la carenza di dimostrazioni affettive di ogni tipo, se non dopo qualche birra. La malinconia che aleggia nelle frequenti giornate uggiose lo rendono un paese intimo dove ho riscoperto me stessa. In Danimarca ho finalmente superato l’infantile credenza che esista un paese perfetto. No, non esiste, ma per me, Licia, la Danimarca, è certamente quello delle fiabe.