CINEMA. “La doppia vita di Veronica” di Krzysztof Kieslowski
“Guarda, non è una nebbia, sono milioni di stelline”.
Preghiere, donne protagoniste e collegamenti innaturali. Una rubrica che prende spunto dalle donne del cinema, della musica, dell’arte etc, per stimolare pensieri e approfondire le immagini. “L’emorragia della soggettività” (Ibidem)
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Ogni giorno compiamo dei gesti singolari che crediamo particolarmente privati, appartenenti solo alla nostra esistenza.
Ad esempio, se abbiamo prurito alla linea delle ciglia sotto l’occhio prendiamo un anello e lo strofiniamo esattamente lì.
Se abbiamo le labbra secche ci spalmiamo un po’ di lucidalabbra.
Se piove apriamo la bocca al cielo.
Se un riflesso di sole ci bagna il volto ci fermiamo e sorridiamo.
Annodiamo degli elastici attorno alle dita se siamo interrogate, annoiate, inquiete o se stiamo facendo una prova.
Crediamo di essere sole al mondo, invece c’è almeno un’altra donna che compie le stesse azioni e prova le stesse emozioni in quel momento e ci permette con uno spirito incosciente ed ingenuo di non sentirci sole. Ma se il destino tra queste due donne si divide, ed una muore, l’altra donna si ritroverà sola, si ritroverà alla ricerca della parte di sé che ha perso con la scomparsa del suo “doppio” che fisicamente non conosce, e non ha mai incontrato, e se anche l’ha fatto non se lo ricorda.
Ci sono due donne Weronika e Véronique, una è polacca e l’altra è francese, e non sono solo fisicamente uguali, hanno anche la stessa sensibilità. Ma vivono in due mondi che uno è il capovolto dell’altro, e diventano l’una il prolungamento razionale dell’altra. Una è istinto e immanenza, l’altra è indagine e tentativo di permanenza, manovrata dai fili del caso e da sottili coincidenze (la musica e le foto) grazie alle quali scoprirà l’abbandono della sua sosia, e la propria solitudine.
Un film virato in un colore ocra, che ci distanzia da questo mondo dell’emotività, ma dà allo stesso tempo una sfumatura di magia e sospensione. L’interpretazione femminile di Irène Jacob, premiata dal Festival di Cannes (1991), è sublime e ci dà la netta impressione che la protagonista viva completamente nella sua soggettività, e i fatti della sua vita (esclusa la ricerca di quella specie d’identità) sono accessori, sono contingenze, come i ragazzi delle due donne. Anche se le scene d’amore sono tra le più belle del cinema d’autore.
Un film, La doppia vita di Veronica, che stimola oltre a questi una quantità d’altri temi come la vita e la morte, la creazione, la purezza e l’assoluto, la poesia, scelta tra essere spettatori di se stessi o interpreti della propria emotività. Inutile voler trovare altri motivi semantici che un italiano può trovare nel nome delle protagoniste o continuare un’analisi di un lungometraggio che è rimando e sovrasensibilità continua.
Ed è uno dei capolavori di Krzysztof Kieslowski.
di Claudia Selmi





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